Il tempo di imparare (anche dalla politica)

La nota del consigliere Simone Marafioti racconta cinque anni di opposizione. E una scelta controcorrente: fermarsi, quando gli altri corrono.

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C’è un passaggio, nella nota diffusa ieri dal consigliere di opposizione Simone Marafioti, che colpisce più degli altri. Non è il più duro, né il più polemico. È il più semplice: «Cinque anni fa ho giurato di rappresentare i cittadini con coerenza».

Dentro quella frase c’è il senso di un’intera esperienza amministrativa. E anche qualcosa che va oltre la polemica, oltre le appartenenze, oltre le divisioni che oggi segnano il centrosinistra cittadino.

Perché la riflessione arriva dal consigliere più giovane dell’aula. E non è un dettaglio. Cinque anni fa quella di Marafioti era la prima esperienza. Prima candidatura, primo confronto diretto con la macchina amministrativa, primo banco di prova dentro un’istituzione che spesso mette alla prova più le persone che le idee. Eppure, nel tempo, i suoi interventi in consiglio hanno assunto una cifra riconoscibile: puntuali, misurati, mai superficiali. Non sono mancati momenti difficili, né toni accesi nel confronto. Ma da parte sua non si sono mai visti scatti sopra le righe. La critica, anche quando dura, è rimasta dentro un perimetro preciso: quello del rispetto istituzionale. Uno stile che, in politica, non è scontato. Uno stile che in questi cinque anni in quell’aula è mancato spesso.

Gli interventi di Marafioti inoltre sono spesso stati un tentativo di costruire ragionamento. Di entrare nel merito. Di capire e far capire. Non è poco, in un tempo in cui la politica tende a semplificare, quando non a ridurre tutto a slogan.

La sua riflessione arriva dunque al termine di un mandato e non si limita a un bilancio personale, ma prova ad allargare lo sguardo. «Mi sono trovato dentro una macchina istituzionale svuotata di senso», scrive, raccontando di un consiglio comunale in cui «la mia voce è rimasta spesso l’unica in un mare di silenzi».

Non è solo una denuncia. È anche il racconto di un metodo. Nei primi anni, ricorda, le interpellanze sono state «uno strumento costante di confronto con la città reale». Poi, però, «il regolamento è stato modificato, per impedire alla minoranza di parlare, per metter fine al confronto, per spegnere quelle voci che continuavano – testardamente – a ricordargli che amministrare non è comandare, ma rispondere. Un sindaco che ha ridotto il consiglio comunale a un monologo personale, trasformando quella che doveva essere la casa della democrazia locale in un palcoscenico per le sue autocelebrazioni», con una maggioranza «che non ha mai espresso un’idea né un dissenso».

Il giudizio sulla città è netto: «Nessuna crescita, nessuna visione». E ancora: «Si è confusa la comunicazione con l’azione», mentre «le piazze si svuotano, i giovani partono, le attività chiudono». Parole che non cercano scorciatoie, ma tengono insieme critica e responsabilità.

Marafioti rivendica anche il proprio ruolo: «Ho fatto ciò che doveva fare un consigliere di opposizione: controllare, denunciare, proporre». E sottolinea una scelta precisa: «Non mi sono mai piegato a compromessi o silenzi strategici». Un’impostazione che ritorna quando parla del quadro politico più ampio, dove «prevale più la ricerca delle poltrone che la convinzione» e «la politica rischia di diventare un mosaico di interessi, più che un progetto condiviso».

Nella parte finale della nota, il tono si fa più personale: «Siete stati la mia bussola», scrive rivolgendosi ai cittadini. E poi una riflessione che pesa: «A volte la coerenza è restare fermi mentre gli altri corrono senza sapere dove».

È qui che si inserisce la sua scelta di non ricandidarsi. Una decisione che, al di là delle valutazioni politiche, lascia inevitabilmente un’amarezza che va osservata. Forse anche raccolta.

Forse perché racconta qualcosa di più grande: la difficoltà di tenere insieme coerenza e spazio politico. E il rischio che proprio le esperienze più misurate, più preparate, più attente al merito restino ai margini.

Non è una conclusione. Ma è un segnale. E vale la pena leggerlo.

E allora, al di là del consenso o del dissenso, del posizionamento o delle scelte future, la sua esperienza lascia una traccia, perché la qualità della politica non è solo una questione di età o di esperienza. Ma di stile. E, soprattutto, di misura.



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Nadia Macrì
Nadia Macrì
direttore

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