Non è vero che le cose iniziano quando decidiamo noi. A volte iniziano prima. E noi ci arriviamo dopo.
La mostra di Annunziato Vizzari, curata dalla figlia Alessandra, oggi e domani in Piazza Italia, è una di queste storie. Non nasce da un progetto, ma da un ritorno. Da qualcosa che era già lì, da anni, e che piano piano ha trovato il modo di farsi vedere.
Sempre lo stesso volto.
Quello di Gesù Cristo.

E la cosa bella è che non è una scoperta recente. È un ritorno. Perché il primo volto che Nunzio ha disegnato, era proprio quello. Disegnava da solo, senza scuola, senza maestri. Disegnava e basta. Anche un po’ di nascosto, come si fanno le cose a cui tieni davvero. Al centro, il volto di Gesù Cristo. Non come immagine fissa, ma come ricerca continua. È lo stesso artista a raccontare come tutto sia iniziato proprio da lì, da quel volto disegnato quando aveva appena quindici anni. Un inizio quasi istintivo, da autodidatta, coltivato in silenzio.
C’era anche una motivazione semplice, quasi disarmante: nei ritratti umani qualcuno può sempre obiettare che la somiglianza non sia perfetta; nel volto di Cristo, invece, non esiste un modello unico. Non è una copia, ma uno sguardo. E ogni artista restituisce il proprio.

Poi succedono le cose della vita. Si smette, si ricomincia, si lascia lì.
Una notte il padre lo trova mentre disegna il nonno. Non dice niente. Ma anni dopo, quando il padre non c’è più, Nunzio apre una vecchia carpetta e dentro ci trova quei disegni. Conservati. Tenuti. Come a dire: io ti ho visto.
E allora ricomincia.
E da lì non si ferma più.

Solo che, mentre vai avanti, non sempre ti accorgi di dove stai andando. Finché un giorno guardi tutti i tuoi lavori e capisci che, senza volerlo, stai raccontando una storia precisa. Sempre quella. Sempre quel volto. Sempre quella Passione.
Come se la mostra si fosse costruita da sola. Un percorso sulla morte e resurrezione che non si limita a essere osservato, ma chiede di essere attraversato.
“Dalla croce alla luce” è anche questo: un percorso fatto di gessetti e carboncino, di mani sporche e segni che restano. Ma è pure qualcosa di più semplice: un modo per stare insieme e scambiarsi gli auguri di Pasqua.


Perché l’ingresso è libero, e quello che verrà raccolto – tra opere e riffa – andrà alle attività solidali di 9Hope.
Alla fine è questo che resta.
Che l’arte, quando è vera, non si mette in mostra e basta. Ti prende per mano. E, piano piano, ti porta da qualche parte.
Magari proprio lì, dove la croce smette di essere solo peso e diventa luce.





