Ci sono sere in cui un teatro non è solo un teatro. Diventa una casa, una stanza illuminata da una lampada tenue, un giaccone appeso che conserva addosso il profumo di tutte le vite che ha sfiorato. L’8 dicembre, al Teatro Comunale di Soverato, quella porta si aprirà per «L’alfabeto inutile – Atto unico per sei canzoni vive», la nuova creazione poetica di Michele Caccamo, autore che sembra scrivere più con il diaframma che con la mano.
Sarà un viaggio di parole e musica, uno di quelli in cui entri convinto di conoscere l’itinerario e invece ti ritrovi a camminare scalzo dentro un’emozione.
Un coro di voci vive
Sul palco saliranno artisti che, ognuno a modo suo, hanno imparato a maneggiare la fragilità come si maneggia un cristallo:
Il nostro Barreca, Grazia Di Michele, Alberto Fortis, Mimmo Locasciulli, Neri Marcorè, Mariella Nava.
E poi Paolo Talanza, Wladimiro Maisano e lo stesso Caccamo: un gruppo eterogeneo che sembra convocato da un desiderio più grande della semplice esibizione.
A condurre la serata sarà Domenico Gareri, come un narratore che accompagna il pubblico dentro un salotto fatto di canzoni, parole e respiri condivisi.
Un evento che parla di noi
Promosso da Life Communication e MG Production, con il sostegno di istituzioni, associazioni e realtà del territorio, lo spettacolo celebra la collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASP di Catanzaro, la Consulta e il coordinamento delle associazioni CASM. Non un dettaglio, ma la chiave di lettura dell’intero evento: perché l’alfabeto «inutile» non è affatto inutile quando diventa cura, relazione, comunità.
In un tempo che corre, questo spettacolo invita a fermarsi. A lasciar fuori il rumore, a entrare piano.
L’ingresso è gratuito su prenotazione, un gesto semplice che ricorda che la bellezza, quando è condivisa, non chiede biglietto ma disponibilità.

Una serata per ricordarsi umani
Domani le porte del teatro di Soverato si apriranno come si apre il sipario su un abbraccio. E forse, alla fine dello spettacolo, ciascuno porterà via una piccola lettera di quell’alfabeto: una vocale tenue, una consonante che graffia un po’, una sillaba che somiglia alla propria vita.
Perché a volte serve davvero poco: una canzone, una parola che non pretende di salvarti, un cappotto appeso che racconta che qualcuno è già passato di lì. E che ci tornerà.





