«Volevo rivedere la mia terra»: Giuseppe prende il suo primo aereo e torna a 94 anni

Emigrato a Lione a 17 anni, Giuseppe è tornato in Calabria a 94 per rivedere la sua Scrofario e la festa di U’Mbitu

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A 94 anni ha fatto quello che per troppo tempo aveva rimandato: vincere la paura dell’aereo per tornare nella sua Calabria, pur avendo quel “Volo” nel cognome. Giuseppe, qualche giorno fa, col suo bastone e la sua coppola è partito da Lione ed è arrivato a Taurianova con un desiderio immenso: rivedere la sua terra, la casa dove è nato a Scroforio e soprattutto U’Mbitu, la festa che aveva lasciato negli occhi e nel cuore quando, ancora ragazzo, era dovuto partire.

Era il 7 settembre di 77 anni fa. Giuseppe aveva appena 17 anni. Era partito insieme alla madre e ad alcuni fratelli. Da Reggio Calabria salirono su un treno che allora era poco più di una littorina. Un viaggio lunghissimo, verso una destinazione che il ragazzo non conosceva e che quel giorno gli sembrava soprattutto una separazione. Era la vigilia della festa patronale e Giuseppe ricorda ancora la tristezza di quel treno che si allontanava mentre lui non sapeva ancora quale vita lo aspettasse.

Ad attendere la famiglia, in Francia, c’era il padre, partito due anni prima insieme a un altro figlio. Per arrivare oltre confine aveva attraversato le Alpi a piedi. Poi, dopo due anni, la madre aveva compreso che non bastava che il marito avesse trovato un lavoro e una possibilità di vita: bisognava ricomporre la famiglia. E così aveva fatto le valigie ed era partita con i figli.

La Francia, alla fine, sarebbe diventata casa. A Lione Giuseppe Volo ha costruito una vita intera: una moglie, cinque figli, nipoti e pronipoti, una casa a “Couté del Rhône”, il mestiere di marmista, una vigna e la passione per le bocce. Una comunità di amici che, anche in questi giorni del ritorno, non ha smesso di telefonargli per sapere come stesse.

Ma ci sono radici che il tempo non riesce a spostare.

Giuseppe parla delle «ciuciurundelle» lasciate in Calabria, delle amiche care, dei ricordi di una giovinezza interrotta dalla partenza. E così ha cercato le tracce di quel ragazzo di 17 anni. È andato al mare, con tanto di tuffo. Ha visitato il cimitero. Davanti alle tombe dei parenti che non ci sono più, gli occhi si sono riempiti di lacrime. Poi ha camminato per le strade di Scroforio, cercando la casa della sua infanzia. L’ha trovata. Era ancora lì. Come se il tempo, almeno per un momento, avesse deciso di aspettarlo.

E poi U’Mbitu. La tradizione che aveva visto per l’ultima volta prima di partire, alla vigilia di quella festa della Madonna della Montagna che per lui aveva il sapore amaro dell’addio. Settantasette anni dopo, Giuseppe è tornato proprio lì, davanti a quel rito che aveva custodito nella memoria per tutta la vita, come lui stesso ha raccontato al sindaco Romeo.

Un ritorno che non è stato soltanto un viaggio nel passato, ma la conferma che ci sono luoghi, volti e tradizioni capaci di restare dentro di noi anche quando la vita ci porta lontano. Giuseppe lo ha dimostrato con la sua storia: si può costruire una vita altrove, avere una famiglia, una casa, amici e nuove abitudini, senza smettere di appartenere al luogo da cui si è partiti. E forse è proprio questo il senso più profondo del suo viaggio: ricordarci che i desideri non hanno età e che, finché c’è una casa da rivedere, una persona da ritrovare o una festa da vivere, c’è sempre un motivo per partire. Anche a 94 anni.

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Nadia Macrì
Nadia Macrì
direttore

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