Ventidue anni dopo dopo quella giornata romana del 14 maggio 2004, Walter Schepis continua ad unire. Già, il suo nome continua a riempire una città che nel frattempo è cambiata, si è divisa, si è stancata, ma che davanti a lui ritrova ancora una specie di pudore comune.
Nei giorni scorsi, al cimitero di Radicena, c’erano gli amici di sempre, i compagni di partito, amministratori, vecchi militanti e politici arrivati anche da lontano. C’erano Roberto Speranza, Giacomo Filibeck, Giuseppe Falcomatà. E c’era soprattutto quella sensazione difficile da spiegare per cui alcune persone, anche dopo anni, continuano a mettere insieme mondi che oggi sembrano inconciliabili.
Forse per questo il messaggio più forte della giornata è arrivato da Giorgia Meloni. Non per il peso istituzionale della firma, ma per il tono. «Oggi più che mai vorrei parlare con Walter per dirgli quanto manca una persona come lui a questa Nazione», ha scritto la presidente del Consiglio ai genitori Mariella e Franco Schepis. Poi quella frase che fotografa anche il nostro tempo: «Walter avrebbe respinto l’assunzione a verità della menzogna, l’insinuazione elevata al grado di notizia, la malafede come unico strumento di azione e propaganda politica».
Parole forti. E forse proprio per questo vere.
Perché Walter apparteneva a una stagione in cui la politica sapeva essere feroce nelle idee ma meno cinica nei rapporti umani. Una stagione in cui ci si combatteva, ma non necessariamente ci si disprezzava. E lui, raccontano ancora oggi tutti quelli che lo hanno conosciuto, aveva questa capacità rara: tenere insieme.

Dopo il momento raccolto al cimitero, il gruppo si è spostato alla Libreria Accardi. Lì, tra scaffali e giornali e libri, vive “Le letture di Walter”, una piccola biblioteca sentimentale costruita anno dopo anno attorno ai libri che ne hanno formato il pensiero. Stavolta è stato aggiunto “L’arte di avere ragione” di Arthur Schopenhauer, collocato nello scaffale dall’onorevole Speranza.

Ed è stato proprio l’ex ministro a lasciare il ricordo più umano. Non il politico navigato, non il dirigente nazionale. L’amico. Quello che parlando di Walter si ferma ancora sulle piccole cose: il sorriso, l’empatia, la capacità di ascoltare chiunque. A un certo punto ha detto di voler portare lì i suoi figli, davanti a quei libri, perché possano capire chi era Walter.
Forse è questa la vera eredità che resta. Non una corrente politica, non una nostalgia di partito. Ma l’idea, oggi quasi rivoluzionaria, che la politica possa ancora nascere da una passione pulita e da un desiderio sincero di cambiare le cose.
Walter ci aveva creduto davvero. Ed è probabilmente per questo che, dopo ventidue anni, continua ancora a mancare anche a chi la pensa diversamente da lui.







