Bentivoglio? Presente. Bianchi? Presente. Crocitti? Presente. D’Agostino? Presente.
L’appello è cominciato così. Come trent’anni fa.
Per una sera il tempo ha fatto un passo indietro. Sono spariti, almeno per qualche ora, il lavoro, gli impegni, le famiglie e tutto quello che negli anni si è accumulato sulle spalle. Sono rimasti loro, con gli acciacchi che iniziano a fare capolino quando si sfiora il mezzo secolo, eppure gli stessi ragazzi di allora.
La scuola ha questo strano privilegio. Ti lascia andare, ma non ti lascia mai davvero. Basta pronunciare un cognome, ascoltare una voce familiare o ritrovare uno sguardo perché il calendario perda improvvisamente trent’anni.
L’occasione è stata quella della rimpatriata degli ex studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale di Taurianova, a tre decenni dal diploma. Un istituto che, in quegli anni, era un mondo a sé. Oltre mille studenti lo attraversavano ogni mattina. Mille storie che si incrociavano negli stessi corridoi, negli stessi laboratori, davanti allo stesso suono della campanella.
E come tutte le grandi scuole aveva i suoi personaggi. Il professor Riso con l’inglese, la professoressa Romeo con il diritto, la professoressa Surace con la geografia. Docenti che allora sembravano severi e che oggi, nei racconti, diventano quasi figure di famiglia. È il destino degli insegnanti: vengono capiti davvero forse soltanto quando gli anni sono già passati.
Poi sono arrivate le fotografie. Tante. Come succede sempre quando ci si accorge che il tempo è corso più veloce di quanto si immaginasse. Ma quelle immagini raccontano solo una parte della storia. L’altra è fatta di risate improvvise, di episodi che riaffiorano con una precisione sorprendente, di soprannomi che nessuno ha dimenticato e di quella sensazione, difficile da spiegare, per cui cinquantenni con una vita piena alle spalle tornano a sentirsi ragazzi semplicemente sedendosi accanto agli stessi compagni di banco.
Chi guarda quelle foto vede una cena, ma invece per me è un pezzo di vita.
Per questo mi è stato facile raccontarla. Perché quella non è una classe qualsiasi. È la mia. E mentre osservavo quei volti, cambiati ma mai davvero diversi, mi sono accorta che il tempo modifica l’aspetto delle persone, ma non cancella ciò che hanno condiviso.
Resta una curiosità. Se questo articolo fosse stato consegnato come tema in classe, quale voto avrebbero dato le professoresse Amuso e Speranza, che oggi ci guardano dal Cielo? Forse avrebbero corretto qualche periodo, ma difficilmente avrebbero trovato da correggere la cosa più importante: il valore di un’amicizia che, trent’anni dopo un diploma, risponde ancora all’appello.
Perché le lezioni non finiscono tutte con il suono della campanella. Alcune durano tutta la vita.





